lunedì 30 giugno 2014

1948 e Alimentazione


Un libro di cucina del 1948 "Il tesoretto della Cucina Italiana" contenente 1700 ricette è stato quello che ha perfezionato o insegnato a preparare i pasti alle massaie. Così caro all'Associazione Gap Up e usato non solo dalle casalinghe residenti in Italia, ma anche da coloro che avevano già varcato i confini in cerca di miglior fortuna per sè e la famiglia. Parole che ricordano la situazione economica di recessione che ristagna oggi, ma che al contrario del passato, anche famosi economisti, non ne intravvedono l'uscita.
Figli e nipoti rimasti all'estero, ora possono vantare un futuro, un inserimento e coesione sociale ben diverso, da coloro che sono rientrati in Italia e ora, di nuovo costretti a varcare "le frontiere".

Una crisi globale, nella quale ci si augura si possano ancora creare posti di lavoro, sostenere le piccole imprese attraverso misure di credito e tutoraggio, riconoscere il volontariato con il proprio obiettivo sociale, che rimane invisibile solo fino a quando non viene chiamato a farsi carico di ulteriori impegni e servizi, che fino ad ieri, erano ben retribuiti e di proprietà pubblica.


Ripartire dalle donne e dalle famiglie, dalla cucina, dalla conoscenza degli alimenti e dal loro uso, contro lo spreco e a favore di un'alimentazione sana, sostenibile e salubre, sostenendo l'acquisto delle verdure e della frutta, come l'insalata in ceppi e non sminuzzata in buste (così comoda e anche già lavata).
Sì, proprio discorsi del 1948, quando si insegnava ancora a fare il polpettone in casa.
Qui un breve racconto, ma le testimonianze degli emigrati nel passato e quelle attuali forniteci dai migranti, rappresentano uno scenario reale e variopinto in cui l'Associazione Gap Up deve confrontarsi.
  
"When they went to Australia in 1950, she was 22 and recently married. She and my father went on a sponsored migration program, together with thousands of other migrants in search of a better life, having survived the difficulties of living in the northeast corner of Italy in the aftermath of World War 2.
All the people arrived at Station Pier in Port Melbourne and were quickly whisked away to the migrant camp in Bonegilla. One of her strongest memories of the start of her new life in Australia was the food – it was simply terrible!"


Gap up logo


                                                     info@gapup.org
   

venerdì 20 giugno 2014

Api





























Il problema Api, non è ancora risolto, anzi...
Ciò che era emerso il 7 aprile a seguito dell'importante conferenza promossa dalla Commissione 

Europea di Bruxelles, focalizzata sulla salute delle api con implicazioni sul nostro futuro alimentare e sul futuro

di tutti noi, a cui l'Associazione Gap up è attenta, nulla è cambiato.
In momenti di attenzione, ove il Consumatore si approccia con conoscenza agli acquisti assimilando termini
in precedenza sconosciuti (miele monoflorale, bio, miele extracomunitario...) il rischio è la loro scomparsa.


E se alimenti come il polline, pappa reale, miele associati alle benefiche proprietà offerte al nostro organismo,
non verranno prodotti e se le stesse api non esisteranno più, quale la fine che può aspettarsi l'uomo? 

Focus sulle cause della moria mondiale d’api

Sulle ragioni del recente e inarrestabile declino delle colonie di api, 
si sono scontrate due modalità di indagine lontane. Se da una parte del 
mondo scientifico e istituzionale, con il pieno sostegno e stimolo 
dell’industria agrochimica, ha evitato accuratamente qualsiasi 
connessione tra il declino delle api e l’analoga perdita di 
biodiversità degli invertebrati e in particolare di impollinatori, additando
quali cause diverse patologie: varroa, nosema e virus ecc… La ricerca indipendente, gli apicoltori e il 
mondo ambientalista hanno invece constatato e denunciato l’impatto dei nuovi pesticidi così come la perdita di 
biodiversità floreale, che coincide con la diffusione sempre più estesa di monocolture agro-industriali. Il confronto
acceso, senza molti margini di mediazione, ha stimolato da un lato sempre nuovi accertamenti scientifici, e 
dall’altro ha comportato conseguenti decisioni pubbliche, come lo stop europeo, temporaneo e parziale, delle 
quattro molecole insetticide più utilizzate al mondo. Ma… l’ago della bilancia indica con sempre maggior chiarezza
da che parte stanno gli indizi se non addirittura un insieme di prove inconfutabili. Dalla conferenza comunitaria 
sono arrivate, infatti, ulteriori e autorevoli risposte.




















È stata presentata l’indagine veterinaria europea, Epilobee che per oltre due anni ha monitorato 32.000 
apiari di 17 paesi membri. Le conclusioni dello studio veterinario europeo escludono che le morie d’api possano
essere motivate da cause patologiche. La mortalità invernale delle colonie presenta variazioni che vanno 
dal 3,5% al 33,6%, con notevoli variazioni registrate fra i singoli stati e un tasso di mortalità più elevato 
nei paesi del Nord. La ricerca conferma che dove c’è un impiego più intenso di pesticidi la mortalità delle c
olonie d’api presenta percentuali molto più elevate: ad esempio i livelli di mortalità negli Usa, dove l’utilizzo 
dei pesticidi è largamente consentito, se non promosso, presentano livelli nettamente superiori rispetto 
ai paesi europei, dove si applicano norme più stringenti.

Anche Greenpeace ha pubblicato un suo studio che accerta la pervasiva contaminazione nei vari paesi 
europei dell’alimento principe di api e impollinatori: il polline. Lo studio dell’associazione stimola una riflessione 
su quale sia il reale impatto della chimica in agricoltura, che sta all’origine di una contaminazione pervasiva 
e ubiquitaria dei pollini, ma anche di acqua, terra e aria; invita a domandarsi quale sia il livello di precisione 
delle tanto decantate “armi intelligenti”, che non uccidono solo parassiti e malerbe, ma anche gli esseri viventi 
indispensabili per la capacità produttiva agricola; ci porta a valutare l’entità dei danni che i pesticidi in agricoltura 
stanno continuando a provocare e determinare come sia possibile e doveroso limitarli.

A che punto è la ricerca?

Come in molti altri settori, si evidenzia la necessità di promuovere e incoraggiare la ricerca scientifica 
indipendente, ossia svincolata dai finanziamenti, così come dai sotterranei condizionamenti della stessa 
industria, che produce e vende le molecole gravemente indiziate. Allo stato attuale, infatti, molti dei dati 
disponibili – e di cui l’Unione europea si avvale – per la valutazione e autorizzazione d’uso di molecole e 
preparati sono perlopiù forniti dall’industria. La distinzione tra chi è controllato e chi controlla non è definita 
e tantomeno utilizzata.

L’industria chimica, inoltre, si sta sempre più appropriando del linguaggio delle organizzazioni per l’ambiente: 
infatti, provando ad esempio a navigare sui siti di realtà come BeeOdiversity, che fra i propri partner annovera 
anche Basf, di Step Project, che invece annovera Bayer, o leggendo ricerche come “Super-B – Sustainable 
Pollination in Europe” promosse, tra gli altri, da Bayer e Syngenta è impossibile non notare il frequente ricorso
a termini come “biodiversità”, “diversità alimentare”, “protezione degli insetti impollinatori”, “sostenibilità”.

Risulta difficile quindi per il pubblico che cerca informazioni, ma ha difficoltà a orientarsi, comprendere se 
queste ricerche siano affidabili. Lo stato degli studi e le ambiguità di fondo che si possono 
riscontrare sembrano in larga parte riproporre lo stesso panorama degli studi sugli Ogm, ove sono i grandi 
gruppi industriali a farsi promotori delle ricerche sul tema, utilizzate a livello istituzionale e molto lontane dal 
potersi ritenere oggettive.


Api e Ogm, come la mettiamo?

Non è stata oggetto delle conferenze in Parlamento e presso la Commissione, ma recentemente la questione 
degli Ogm è tornata alla ribalta anche per quanto concerne il miele. La questione risale al 2011, quando la 
Corte di giustizia europea espresse il proprio parere, definendo il polline come un ingrediente del miele e 
affermando che i prodotti apistici contaminati con polline Gm dovessero essere considerati prodotti derivanti 
dagli Ogm.

L’aprile scorso il Parlamento europeo ha votato contro la decisione della Corte di giustizia, arrivando invece a 
definire il polline come un costituente naturale del miele e che la presenza di polline Gm vada segnalata, come 
avviene per altri prodotti, soltanto se la percentuale di miele contaminato supera la soglia del 0,9% – il che è 
impossibile che accada, poiché il polline può costituire al massimo lo 0,5% dei vari mieli.

Siamo di fronte a un ingarbugliato conflitto giuridico istituzionale che non ha facili soluzioni ma che, ancora 
una volta conferma l’impossibilità della tanto discussa quanto impraticabile  coesistenza tra agricoltura 
tradizionale e colture OGM.

Cosa perdiamo se muoiono le api? Quali possono essere le conseguenze dell’agrochimica? 

Spesso, quando si stila un bilancio sui danni causati dai pesticidi, si pone al primo posto il pericolo per la salute 
umana. 
O, perlomeno, la nostra attenzione tende a focalizzarsi su questo aspetto. Così, se si rilegge a distanza d’anni 
Primavera silenziosa di Rachel Carson o se per la prima volta si affronta Il veleno nel piatto di Marie-Monique 
Robin, i capitoli dedicati ai rischi dei pesticidi per la nostra salute più di altri catturano la nostra attenzione. 
Ma questo approccio ci impedisce di vedere in modo olistico le ricadute negative dell’attuale, intero processo 
produttivo del cibo. I cibi che ci fanno ammalare sono gli stessi che inquinano il suolo, l’acqua, l’aria, e che 
mettono a rischio l’intero ciclo del vivente e il concetto stesso di fertilità.

Qual è la soluzione? 

Proprio dal ronzio d’allarme degli alveari viene la proposta e la possibilità concreta di un 
percorso diverso. La radicale riforma delle procedure autorizzative della chimica agricola può consentire di 
determinare meglio, preventivamente, il possibile danno di molecole e preparati chimici. Questo è il nuovo 
scenario in cui continuare a sviluppare iniziative puntuali, incalzanti, propositive.

Il percorso è avviato, le prospettive ci sono. L’Efsa ha già elaborato nuovi criteri migliorativi per definire 
l’“accettabilità del rischio” per le api e non solo per le api. Ciò che oggi manca è l’investimento di risorse che 
consentano di definire, validare e utilizzare nuove tipologie di test previsionali sui possibili effetti. Fare pressione 
per ottenere l’elaborazione di nuove e più efficaci procedure prudenziali, sulle conseguenze effettive 
d’immissione di molecole in natura è una delle grandi sfide da accogliere. La misura dell’effettiva compatibilità 
delle pratiche agricole è la sopravvivenza e la produttività degli alveari, termometro di vera sostenibilità.




Gap up logo


        
                                          

giovedì 12 giugno 2014

Mille Jardins en Afrique

                                               
                              Groupe Scolaire Petit Bassam

                                  We Gap Up and You?
                                                          
                                  Projet Mille Jardins en Afrique

                                  Slow Food International  





Piccoli passi 
per grandi ostacoli, 
ma questa è la strada giusta 

Non dimenticare che il 17 giugno sarà la  la Giornata mondiale per la lotta contro la desertificazione, istituita dalle Nazioni Unite nel 1994 per sensibilizzare sul problema della desertificazione e degli effetti attuali e futuri della siccità, per promuovere il realizzo della convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione (UNCCD) nei paesi gravemente colpiti da questo fenomeno



mercoledì 11 giugno 2014

Fà sorridere - Smiling




Farebbe sorridere che etimologicamente venissero create parole nuove, quale "rifugiato climatico". Ma all'Associazione Gap up, non sono novità, attivista nei confronti dei cambiamenti climatici, del benessere culturale, sociale e sanitario, quasi ogni parola, è già vecchia, già vissuta, poichè già esposta da persone bisognose e luoghi, una volta ameni e che ora creano terrore agli stessi nativi. Difficile, però ottenere consenso ed attenzione dalle generazioni piu' anziane, meglio và, però,con quelle piu' giovani e, si spera, anche piu' attente alla loro stessa salute ed a quella dei propri cari.

Per gli abitanti di Bangladesh, Maldive e molto piu' imminentemente, di Kiribati, uno stato composto da 33 atolli minacciati dall’innalzamento del livello dei mari, al punto che il loro stesso Presidente, Anote Tong, ha già in passato annunciato e invitato tutto il popolo a prepararsi a lasciare il paese e “Migrare con Dignità”, "Rifugiati Climatici", è ormai all'ordne del giorno. Parole nuove, anche poco piacevoli, ma che occorre ascoltare, capire, farsene carico. Così l'Australia, primo paese vicino a Kiribati, ne è già stato allertato e pronto all'accoglienza.

Ma a quale accoglienza? E come proporre una massiva migrazione dignitosa?

Problemi nuovi, all'ordine del nuovo giorno, ove Comunità, Territori e semplici cittadini ne vengono e verranno coinvolti.

Gap up logo



                                                      info@gapup.org


sabato 7 giugno 2014

Orti del Sapere


Possedere un'orto, dedicarci tempo, arricchire il proprio pollice verde, non risulta essere più un hobby, ma se accade nelle zone urbane è una necessità.
Vediamo balconi con erbe aromatiche, vasi di pomodori al posto dei gerani, prima forse una moda, ora piuttosto la reazione attenta alla propria alimentazione e all'uso delle proprie finanze. Relatori e Associazioni di Volontariato come Gap up, da anni promuovono un ritorno ad alimentazioni sane, a km zero, ad un stretto rapporto con i produttori, ad interessarsi di ciò che mangiamo e sulla provenienza, di essere parte attiva negli acquisti e privilegiando alimenti coltivati in modo salubre. Linee guida importanti, già seguite in città anche dagli utenti e dai volontari dell'Emporio Portobello. L'Associazione Gap up ha così creato gli Orti del Sapere, poichè nella maggior parte dei casi ci si improvvisa agricoltori e lo studio preventivo e lo scambio di esperienze tra neofiti coltivatori, diventa un'esigenza. Nascono nuovi saperi, nuovi interessi, una mentalità diversa, attenta all'Altro, protesa al baratto e che permette di risolvere l'angoscia che l'emarginazione sociale creata dall'uscita involontaria dal mondo del lavoro ha generato nelle famiglie. Utili i testi all'interno della biblioteca allestita dall'associazione Gap up all'emporio sociale Portobello, torna la voglia di imparare, di leggere, di confrontarsi, di partecipare a nuovi cicli di vita grazie ad un piccolo seme, il tutto anche a vantaggio dei bambini che prima credevano l'insalata crescesse all'iper.

http://www.ideegreen.it/orto-sui-balconi-27332.html


Gap up logo


                                                  info@gapup.org




martedì 3 giugno 2014

Orti di Civiltà




Ci sono articoli di cui ci piace leggere ogni parola fino alla fine. Spesso, quelli del visionario Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sono spesso tra essi. Più che visionario, sarebbe meglio dire Futurologo? Ma ogni aggettivo, potrebbe essere uno sminuimento delle idee e del lavoro svolto a tutt'oggi in difesa di una alimentazione sana, sostenibile e realizzabile. Di colture in tutto il mondo con progetti a sostegno di zone e persone ancora malleabili e, quindi, attente ad un futuro migliore per la collettività. Riportiamo questo, poichè in linea con lo spirito dell'Associazione Gap up, con il sostegno che essa fornisce alle organizzazioni impegnate in altri paesi, con la promozione ad una vita più sana da cui desumere un migliore benessere sanitario e sociale alle persone, con gli eventi di sensibilizzazione che organizza ed a cui partecipa in forma attiva, ma le indicazioni del Patron, vanno ben oltre la visione che un "piccolo orto" può significare per i bambini, le famiglie e le comunità. In particolare, la nuova definizione di "Orto di Civiltà" esprime e riassume, quello che crediamo, possa essere una soluzione applicabile e da applicare, l'Associazione Gap up ha già creato gli Orti del Sapere, per evitare alle città la necessità di sostenere famiglie in crisi, di creare azioni o assegni di sostentamento e luoghi asettici che, ben vengano purchè non siano luoghi in cui l'individuo non è, se non, una tessera fiscale che ne connota lo stato di mancato benessere. Come non condividere una visuale, sì azzardata, ma così realisticamente realizzabile?

http://www.slowfood.it/sloweb/fc0e3f783253384bcb1be93ad79265b3/lorto-che-educa-lorto-che-salva

L'orto che educa, l'orto che salva

Tema trattato: Editoriali di Carlo Petrini

30/05/2014 - 


L’orto che era orto-giardino, simbolo del Paradiso perduto. L’orto che era “dei semplici” e curava la salute,

sosteneva la scienza. L’orto che era sempre in fiore, perché produceva tutto l’anno domando le bizze
delle stagioni. L’orto attraversa la storia dell’umanità con diversi usi, simbologie, funzioni; dall’Egitto 
antico, passando per la Mesopotamia fino al Medioevo, e poi oltre. L’orto dei nostri nonni contadini,
che gli offriva di che sostentarsi e inconsapevolmente ha permesso di preservare varietà locali di frutta e 
di verdura. «Coltivare orti di civiltà», mi ha detto una volta Ermanno Olmi, parlando del ritorno alla terra 
dei giovani. Ecco, oggi l’orto ha nuovi significati, simbolici ma anche pratici. L’orto educa, nelle scuole o 
anche fuori. A partire dall’idea dell’edible schoolyard di Alice Waters nelle periferie di San Francisco, fino 
ai 480 Orti in condotta che Slow Food Italia ha realizzato nelle scuole del nostro Paese. Questo forse è
uno dei più grandi progetti educativi nazionali mai realizzati per l’alimentazione dei nostri ragazzi. L’orto 
nelle scuole sincronizza i bambini con i ritmi della natura, li rende edotti sui prodotti che può esprimere il 
loro territorio, con il suo clima e le sue varietà autoctone. Insegna loro a coltivare ma anche a raccogliere,
con rispetto, consci di un limite naturale che andrebbe sempre rispettato: questa è sostenibilità. E poi 
insegna loro a mangiare i prodotti, quando è il momento giusto, e che caratteristiche devono avere, 
come si cucinano, magari secondo tradizione. 



















Molti orti scolastici sono in città, ed ecco che l’orto urbano diventa simbolo di resistenza civile
all’avanzare del cemento e dei malcostumi alimentari. Utilizza spazi altrimenti morti, fornisce cibo
di prossimità anche laddove sarebbe impensabile, stringe a sé le comunità che lo curano: un quartiere,
un gruppo di giovani o di anziani, un condominio, una strada, una famiglia. Il suo non muoversi a volte
ne fa simbolo di libertà, come fu a piazza Taksim nel Gezi Park di Istanbul nel giugno 2013, quando la
polizia sgomberò e distrusse quello spazio, che venne presto ricostruito. Ma è anche agile, e quelli che
fanno guerrilla gardening lo dimostrano, piantando del verde quasi ovunque tra il grigiore urbano.

L’orto in città è anche un fattore di sicurezza alimentare, fornisce cibo fresco e buono: contrasta 
ad esempio i food deserts che ci sono in molte metropoli statunitensi; a New York in periferie più 
degradate non si trova cibo fresco per chilometri. Un orto salva. Salva dalla fame e malnutrizione nelle 
favelas brasiliane e salva in Africa, dove un progetto di Slow Food, che mira a realizzare 10.000 orti 
nel continente (dopo averne istituiti già 1.000 in 25 Stati), si sta dimostrando anche uno degli strumenti 
migliori per il riscatto dei giovani, che attraverso orti scolastici, comunitari e famigliari stanno unendosi in 
una rete che formerà la futura classe dirigente dei loro Paesi, vista la capacità di aggregare, fare 
microeconomia, nutrire, dare prospettiva e speranza. Quante cose può fare un orto, anche sul balcone 
di casa. Vedere un bimbo che pianta un seme per la prima volta e ne segue la crescita, fino a mangiare 
cosa produce, è qualcosa che – anche se i detrattori sostengono non sfamerà il mondo – non ha pari 
per valore educativo e forma nuovi uomini e donne, è scuola di civiltà, ci insegna a stare al mondo un
po’ meglio. «Orti di civiltà» dicevamo, dove crescere non soltanto frutta e verdura, ma un nuovo 
umanesimo che non ha nulla di poetico o di utopistico, diventa concreto sotto i nostri denti, potente 
per i semi, veri o metaforici, che sa rigenerare.



Gap up logo

mercoledì 14 maggio 2014

Women and we



Per milioni di persone in Kenya, gli impatti del cambiamento climatico si stanno già aggiungendo alla routine quotidiana. Mentre le temperature globali aumentano e le condizioni meteorologiche cambiano, molte delle donne rurali del Kenya sostengono un prezzo elevato.

Donne che percorrono sempre più lunghe distanze per cercare l'acqua a causa di gravi siccità, senza occuparsi dei bambini, degli animali, mentre gli uomini si muovono più lontano in cerca di pascoli e acqua.

Viaggi in cerca di Acqua.

Normalmente le donne non prendono parte ad attività agricole, lasciando gli uomini per preparare i semi, le piante, il pascolo e prendersi cura degli animali, ma hanno comunque tradizionalmente accesso agli animali da mungere.

Le donne non sono un gruppo omogeneo con situazioni ed esperienze condivise. In realtà, in alcune parti del Kenya sono attivamente impegnate, influenzando la pianificazione dello sviluppo e processi decisionali grazie ad una combinazione di società civile, advocacy e la mentalità sempre più progressiva del governo.

Il Kenya è uno dei primi paesi africani a sviluppare una legislazione che promuova attivamente la partecipazione delle donne alle attività sui cambiamenti climatici, sia a livello di politica che di comunità.

Con più frequenti e più lunghi periodi di siccità a causa di impatti climatici, le famiglie tendono a vagare molto meno di quanto facevano una volta, mentre i numeri di bestiame sono rapidamente diminuiti. A poco a poco, le persone si stanno stabilendo in stili di vita più sedentari. Le comunità stanno iniziando a riconoscere che le donne tra di loro hanno competenze essenziali, di business, capacità di gestione del denaro e capacità di leadership, vedendo le donne come agenti attivi del cambiamento le cui azioni possono integrare e sviluppare il lavoro che gli uomini stanno facendo.


Women get a say in Kenya's climate change decision making

For millions of people in Kenya, the impacts of climate change are already adding to the daily grind. As global temperatures rise, and weather patterns change, many of Kenya’s rural women are now paying a high price.

There are numerous examples, such as women walking increasingly long distances to look for water as a result of more severe drought, or being left behind with children and livestock to care for while men move further away in search of pasture and water.

However, women are not one homogenous group with shared situations and experiences, nor should they be seen as passive victims of climate change. In fact, in parts of Kenya they are actively engaging in and influencing climate and development planning and decision-making processes thanks to a combination of civil society advocacy and the increasingly progressive mindset of the Kenyan government.

Kenya is one of the first African countries to develop legislation that actively promotes women’s participation in climate change activities, both at the policy and community levels. Not only does the Kenyan constitution offer a fairly good equity framework, but the National Gender and Equality Commission also helps to ensure that issues of equity are addressed across the board.

In addition, there is a draft Kenyan climate change policy and bill as well as the Kenya National Climate Change Action Plan, all of which mention gender and women’s rights issues. As a result, women are becoming increasingly involved in Kenya’s climate response.

CARE’s Adaptation Learning Programme for Africa (ALP), which promotes community-based adaptation approaches in Kenya, Ghana, Niger and Mozambique, is a case in point. It has been working hand in hand with the government, and with both men and women, to integrate the use of climate information into participatory adaptation planning and budgeting. Put simply, it’s about asking both men and women for their views, ideas and needs when it comes to taking action on climate change - and affording them fair weight.

NOMADIC COMMUNITIES

Traditionally, where systems and structures exist to allow for climate change adaptation planning, men usually take the lead, with limited representation from women and youth. This is true, for example, of some of Kenya’s nomadic pastoralist communities.

Generally, women do not take part in farming activities, leaving the men to prepare the land, plant seeds, grow pasture and take care of the animals. And although women traditionally have access to the animals to milk them, mostly they do not make decisions about when to sell them or slaughter them for food.

But now, in some pastoralist communities at least, things are changing. With more frequent and longer droughts due to climate impacts, people are tending to roam far less widely than they once did,  while numbers of livestock have also rapidly decreased. Gradually, people are settling into more sedentary lifestyles.

In response, and partly due to their increased participation in decision-making processes, women have also begun to diversify their asset and capital base by engaging in income generating activities which complement men’s livelihood activities in support of the household bottom line.

This includes women taking part in small-scale businesses and village savings and loans groups that enable families to buy extra food, medicines and other necessities in preparation for an unpredictable future, including potential disasters.

With improved access to information and resources, a number of women in Kenya’s rural communities (particularly Garissa) are also becoming more involved in selling farm produce. The men, in turn, are increasingly interacting with women to plan planting seasons and to make sure their skills complement each other during the farming seasons.

Men have also begun to work more closely with women. So, instead of having traditionally separate and clearly defined roles, increasingly men and women are able to interact and understand each other’s contribution to keeping the family afloat.

ACKNOWLEDING WOMEN'S TALENTS

And there are other benefits too. Many women involved in climate information and capacity building work in Garissa have also had new opportunities to speak publicly. Their communities are starting to acknowledge that the women among them have essential skills, including business skills, money management skills and leadership skills. And people are beginning to see women as active agents of change whose actions complement and build on the work that men are doing.

In short, involving men and women equally in decision-making processes brings many rewards. Not only are they able to share their perspectives with each other, but their joint participation in climate change adaptation planning also results in more sustainable resilience building.

Our experience has highlighted that not all women (or men) are the same. People’s needs vary according to age, livelihood group and many other factors. And, crucially, such processes also build confidence and social capital.

So, it’s a good start and in these communities, at least, women and men are working together to respond to the climate threat. But there’s still much work to do.

The challenges lie in the implementation of plans and policies, as well as in targeting the most vulnerable groups. More effort needs to be placed on ensuring that the necessary resources are available for effective implementation – not just in pastoralist communities or in Garissa, but far, far wider. And, there’s still inequitable access and control over resources at financial and technical levels and when it comes to accessing climate information.

While most policy- and decision-makers understand gender concepts, they often have limited capacity to transfer this information into tangible action. In short, many aren’t sure what integrating gender looks like in practice.

So we need to raise awareness about equitable approaches to climate action – and we need to find the financial, technical and human resources to enable effective capacity building on gender and climate change across the nation. Finally, we need further investment in evidence-based advocacy, and an enabling policy environment that helps ensure gender is integral to all climate interventions.

Only once these challenges have been met will Kenya be able to truly say it is delivering gender-equitable climate action for some of our nation’s most vulnerable people.

http://www.trust.org/item/20140509091352-e4uqp


Gap up logo

                                                      
info@gapup.org